
Come quando racconti di te a un estraneo completo. Che ti provi a tratteggiare contorni, e vengon fuori slabbrati, e non hai un Photoshop a corregger le trame. E vorresti ripercorrere i fili – e tracciarne di nuovi. Come quando ti senti sul filo di una trincea. Con il fuoco incrociato da un lato e dall’altro, che devi schivare i proiettili. E quasi ti vorresti colpito, e affondato, e dormire …
“Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano ecostruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l’esigenza di dividere il campo fra ‘noi’ e ‘loro’, che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare … rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità; è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi”. (Primo Levi, I sommersi e i salvati) (vorrei quasi non fosse a commento, la lettura proposta – ché in realtà stavolta ho trovato prima il ‘passo’ e poi lo spunto di scrittura, io dico che vale lo stesso …)
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Ciao, Medea (Pre post-scriptum: perdona l’impertinenza e l’ignoranza, ma è il tuo nome? E’ così evocativo che necessito di saperlo. E poi, non si parla di conoscenza, nel tuo post?)
Più che perdersi da soli (scrivo di getto, senza le dovute riflessioni su questo interessante punto di vista sui rapporti umani che hai messo in luce), fa rabbia perdersi con gli altri. Smarrirsi nella nebbia dei propri dubbi non è all’altezza di essere fraintesi nelle nostre uniche, poche, certezze.
“Correggere”, ma non per aggiungere conoscenza: semmai, per difendersi. Avanzata inevitabile verso il nemico che ti spara. E poi, che fare? Abbracciarlo.
Se il passo che hai scelto, immagine ingrandita delle nostre minime trame di convivenza sociale, ti sembra troppo ardito, potresti tentare con il “Cavaliere inesistente” di Calvino. Noi, gli Altri. Fa paura pensare ai confini minati. Agli avvisi, del tipo: se entri in questa casa, in questa conversazione, spogliati di te stesso e indossa i panni che ti dirò. Nel Seicento, teorizzarono la difesa/offesa del conoscersi. “Simulare” e “dissimulare”. Leggi Torquato Accetto.
Ciao,
Gioacchino
Lomedeina… Ho un problemino… MI vieni ad aiutare?
Giò, Medea non è ovviamente il mio nome. Forse non sono ancora pronta per svelare il mio reale, diciamo che mi sta bene se mi si chiama Gaia. Proverò a rileggere Calvino, è passato tanto tempo dall’ultima volta … Mi chiedo Sun Tzu cosa direbbe della ‘lettura’ di Levi … Abbraccio
Fa, passo domani. Sorrisi.
E allora ti si chiamerà Gaia …e te lo validiamo lo stesso.
Raccontare è anche, a partire dal vero, aggiungere e sottrarre. Un inevitabile correggere che è, in parte, rendere giustizia a ciò che è stato e assestarlo a ciò che ci sarebbe spettato. Raccontarsi, dunque, lo è anche. Spesso ricordo meglio ciò che ho letto o m’è stato raccontato di ciò che ho vissuto. Dipende da dove si osservano le cose, cambiare punto d’osservazione coincide spesso alla semplificazione del problema (almeno nei problemi di fisica, non so in quelli di storia).
Un abbraccio
Carlo
Yuhuuuuuuuu! Io sono tornato…!
Ao, ma n’do stai?!?!?!?!
Ci sono, ci sono (ma è una fase incasinata) – un bacio a tutti e due.
il concetto di identità e quello di confine si colgono nella medesima servitù del pensiero, introiettiamo il mondo per viverci.
aprire i confini vuol dire sommare identità, moltiplicarle per quanto un cuore può contenere. e questa cosa ha un nome solo.
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noi si attende a si tirano i fili. Qualcuno sarà pur collegato ad un campanello!
Ahia, Silvio. Ma come fai, ad arrivare sempre al cuore delle cose?
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Miki, mille campane stanno a dì de sì …
Sì ma quando torni? E di là aspetto anche la tua confessione..
conosco quel nome ***