
Hai lasciato che t’accecasse, il fascino e la vitalità, l’incanto della parola. Hai temuto il rumore del vuoto che la frattura avrebbe lasciato. Si ricompone invece piano quel puzzle, nel tuo andare felpato e il suo inseguirsi la coda, come un cucciolo di micio tutto vita e energia. Come riesci ogni volta? Come dimentichi sempre quanto ‘tirino’ le labbra di una ferita in rimargino? E tuffi la testa nel nuovo volume, è lì, quasi sempre, il conforto.
Pare che nelle postille si riconosca la mano. Ebbene. Quandanche. “Medea … vive tranquilla nel suo paese agli estremi confini del mondo civile, la Colchide, onorando la dea Ecate, di cui è sacerdotessa. Ma quando Giasone sbarca, il suo destino cambia. Medea si innamora … prima era timorosa, sempre incerta sul da farsi, tormentata all’idea di dover scegliere tra dovere e amore …” (Cantarella, L’amore è un dio) [ovvio che io 'tenga' per una Medea prima dell'amore ...].
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Ciao. Ma la Medea di Seneca è così rivelatrice. La spensieratezza, l’ingenuità, l’insensatezza anche, con cui a capofitto ci gettiamo in un passo dubbioso e irto di spine sono necessarie, Ma non per conservare purezza di vedute, semmai per vaccinarci e soprattutto perchè una parte di noi sa che le ferite sono una parte necessaria del viaggio. Necessità dai molti significati.
Gioacchino
Le ferite sono esperienze che insegnano e molto… Giulia
Però Medea impazzisce… Tu no, vero?
Ciao, Gioacchino. Proverò a rimediare alla mia lacuna circa la Medea di Seneca. Ti ringrazio, un abbraccio.
Giulia, di qualche cicatrice non necessaria farei volentieri a meno, però … Bacio.
Fa, faccio il possibile per non rincretinire, quanto meno.
Ricomporre i puzzle m’ha sempre divertito. Prima delineo la cornice, contenitore di spazio da suturare, ben marcato confine invalicabile. Simile a curare una ferita.
Medea, straniera tra stranieri, è furia d’amore. Ferina vendicatrice. Le sue ferite non rimarginano, la inghiottono, la estraniano a se stessa. Meglio confinare le ferite in uno spazio controllabile. O restare in Colchide.
Viviamo di ferite che rimarginano, temo, Carlo. Meglio che restare in Colchide, anyway. Bacio
Ma no, lo so bene che non impazzirai! Ah, di là c’è la famosa continuazione del post. Ricordi?